Dove: Spiaggia di Porto Ferro – Sassari, Italia
Era il mio primo giorno di libertà estiva ed avevo un'assoluta priorità: sdraiarmi al sole!
Dopo un'indagine su internet, avevo eletto la spiaggia di Porto Ferro a meta del mio unico giorno di vacanza senza amici. Per esperienza, sapevo che trovare una data spiaggia in Sardegna non sarebbe stato facile ma avevo tutte le indicazioni necessarie e a fare il resto ci avrebbe pensato il "gaydar".
Nonostante ciò fui quasi sorpreso quando giunsi al parcheggio: ero arrivato sicuro come se fossi un frequentatore abitudinario del posto.
Ora toccava all'istinto e all'esperienza che mi avrebbero fatto scovare la zona gay.
In qualsiasi spiaggia a frequentazione mista, è facile trovare la zona dove si concentrano gli omosessuali: partendo dal parcheggio, basta percorrere tutto il bagnasciuga, bypassare – nell'ordine – le famigliole con bambini, le coppie solitarie, i più giovani, i naturisti, superare ancora un paio di ostacoli (scogli, fiumiciattoli, grossi tronchi e varie), raggiungere l'estremità più remota e nascosta e, quando si è stanchi, assetati e si comincia a sospettare che il sole stavolta avrà la meglio, si raggiunge un'area dove – più o meno vicini, più o meno discinti – si trovano degli "uomini interessati ad altri uomini".
A Porto Ferro le certezze derivanti dalle mie precedenti esperienze vacillarono. La spiaggia è molto lunga e, vista l'ora e il giorno feriale, non mi aspettavo di trovarla piena di gente così mi lasciai velocemente alle spalle il gruppo delle famiglie e, più avanti, anche i giovani, fra cui qualche trascurabile surfista attirato lì da un vento non generoso con lui.
Dopo un bel po' di cammino, la vista di una paio di solitari bagnanti mi insospettì ma scorsi altra gente più avanti e volli arrivare alla fine della spiaggia. Con sorpresa, ritrovai altre famiglie che mi lasciai indietro proseguendo nel cammino, convinto che al di là della rovina della torre avrei trovato una caletta più riparata che sarebbe stata la mia mecca. E invece no: nessuna altra spiaggia oltre i ruderi.
Dissimulando lo stupore e l'indecisione mi convinsi a tornare indietro, come per cercare il posto più giusto ma, abbastanza stanco di quel su e giù e quasi rinunciatario, lasciai cadere il mio zainetto nel punto meno frequentato, dove qualcuno in precedenza aveva costruito una piccola capanna con delle canne.
Forse le informazioni che avevo trovato erano sbagliate: forse non era una spiaggia gay.
Il mio unico "vicino" (a una ventina di metri), infatti, era un forse quarantenne già abbronzato, tonico e bassino, che aveva distrattamente alzato appena gli occhi al mio passaggio, rimanendo più concentrato a districare i peli del cagnetto che lo accompagnava. Non mi pareva interessato alla mia presenza.
Ok, sarebbe stata una giornata soltanto di sole e mare, quindi meglio darsi subito all'ozio. Pescai dalla borsa il costume, tolsi maglietta, pantaloncini e – senza falso pudore – le mutande e lo indossai con lentezza: non c'era nessuno attorno a me ed anche il padrone del cane avrebbe potuto sostenere la visione delle mie chiappe nude, ammesso che se ne fosse accorto.
Ansioso di ciò che desideravo di più, mi diressi in acqua e dopo qualche bracciata, tornai in spiaggia per distendermi al sole, finalmente.
Di tanto in tanto passava qualcuno, proveniente dal gruppetto di persone più in fondo, si incrociava qualche sguardo, gettavo l'occhio verso il mio vicino ma per un'oretta nulla parve accadere che potesse far presagire che quella divenisse qualcosa di più che una tranquilla e sonnolenta giornata di spiaggia.
Fu una sorpresa quando, alzatomi a prendere qualcosa da bere, mi parve di intravedere qualcosa nei pressi del mio vicino che, solo dopo aver inforcato gli occhiali da sole, compresi meglio: il piccolo cane riposava all'ombra ed anche il suo padrone si era disteso sotto l'ombrellone ma pareva decisamente meno placido della bestia poiché, messosi su un fianco in modo che lo vedessi bene, aveva tirato fuori il cazzo e si stava palesemente toccando con lentezza.
L'avvicinarsi di una coppia di uomini lo interruppe, ma il fatto che i nuovi bagnanti passando avessero osservato entrambi, per poi posizionarsi oltre, rese chiaro che non mi stavo sbagliando. Le informazioni su internet non erano sbagliate: o quella era una spiaggia gay o lo sarebbe diventata da lì a poco.
Sebbene il mio vicino si fosse fermato, a quel punto i nostri sguardi si erano incrociati abbastanza per giustificare una mia mossa quindi mi alzai ed andai sotto il suo ombrellone.
Non cercai scuse per attaccare bottone (del resto, quando si indossa solo uno slip e per di più visibilmente rigonfio, credo sia una pratica del tutto inutile) e gli confessai subito che ero sorpreso dalla disposizione delle persone in quel posto: la zona gay non era alla fine ma quasi al centro. Rimase interdetto per un veloce ma palpabile istante ma si riprese e mi spiegò l'arcano: c'era un altro piccolo parcheggio, un po' più difficile da raggiungere, alla seconda estremità della spiaggia quindi, di fatto, la parte più lontana di tutte dagli accessi era quella centrale. Aggiunse però che, sebbene fosse la spiaggia più frequentata dalla comunità omosessuale da quelle parti, la "fatica della visibilità" – che avevo stupidamente sottovalutato – faceva sì che buona parte dei "colleghi" lasciassero le dune retrostanti la spiaggia solo per fare il bagno.
La sua precisazione mi fornii l'occasione per manifestargli il mio sincero – e solo parzialmente malizioso – apprezzamento per il suo atteggiamento che si rivelava doppiamente sfacciato: non solo non aveva paura di mostrare il suo viso (e il suo corpo che, visto da vicino, appariva niente male, sebbene non "istruito") in quel luogo ma addirittura parti ben più intime. Mi rispose che avrebbe preferito prendere il sole nudo ma lì, durante l'alta stagione, avrebbe potuto creare qualche problema. "Già tengo libero il cane" – aggiunse – "meglio non andare a cercarsela". Non potevo dargli torto.
Mi sedetti e rimasi lì a parlare con lui: era una persona interessante, con un passato di viaggi e vita all'estero che avevano formato la sua visione del mondo, con l'inatteso ritorno alle origini, il comprensibile abbattimento nel vivere una conclamata diversità e il coraggioso tentativo di vivere orgogliosamente estraneo fra tanti diversi. Era un piacere ascoltare le sue risposte alle mie domande forse troppo intrusive, da cui però si lasciava indagare con la leggerezza che solo alcuni incontri – spensierati e sinceri, drammatici e unici, tipicamente estivi – consentono.
"Ti va di metterci più comodi dietro le dune?" Mi parve una richiesta ragionevole a quel punto, poiché entrambi sapevamo che stava per succedere qualcosa che era più saggio non avvenisse in spiaggia.
Fu meno razionale la sua ricerca di un angolo di assoluta privacy: sembrava dimenticare che fossimo all'aperto, in un luogo dove inoltre qualcuno non aspettava altro che altri vivacizzassero una noiosa giornata di mare con uno spettacolino improvvisato. Finsi di farmi coinvolgere in questo tentativo di trovare un posto appartato solo per la curiosità di esplorare la zona e così presi atto che un mondo popoloso si nascondeva in un luogo che io avevo erroneamente creduto semi deserto.
Mentre continuava a razzolare affaticato su e giù per i montarozzi di sabbia, mi fermai a pisciare su una duna, per testare il reale interesse degli indigeni: non avevo neppure finito il mio getto dorato che dalla duna di fronte fece capolino una testa mentre dai cespugli accanto apparvero un paio di uomini, sorprendendomi davvero. Finii e mi sgrollai con calma: sarebbe stata la mia unica concessione poiché, sapendo il mio ospite in cerca di riservatezza, resistetti alla tentazione di stuzzicarli ancora e ripresi subito a scarpinare, facendo apparire chiaro che non volevo essere seguito.
Raggiunto un posto che pareva andargli bene, sistemammo tutte le nostre cose. L'ombrellone a terra da una parte a proteggerci dagli sguardi, un telo che bastava per i nostri corpi che volevano stare vicini in barba alla temperatura che stava salendo, iniziammo a baciarci. Aveva una lingua rigida e curiosa ma sapeva farlo con passione inattesa.
Il fruscio di un cespuglio lo allarmò e fu facile sorprendere uno in procinto di conquistare una posizione da cui potesse vederci. Per tranquillizzare il mio compagno e farli capire che non mi importava, lo baciai ancora e gli tirai fuori l'uccello dallo slip, cominciando ad accarezzarlo, ma lui era palesemente in imbarazzo quindi si ricompose e si alzò, guardando nella direzione del nostro spettatore, che si rivelò avere un compagno poco distante. Lo capivo: a volte può essere una responsabilità "giocare in casa".
In quel duello a distanza fatto solo di sguardi, parve avere la meglio quindi tornò giù e ci rimettemmo comodi. A quel punto non mi andava di perdere tempo: il sole, il caldo, la sabbia, la novità, tutta la situazione mi avevano eccitato abbastanza e non volevo più temporeggiare. Gli abbassai il slip e gli presi il cazzo in bocca, gustando quel sapore di carne, umori e sale che conoscevo bene. Lui ne godeva e io mi divertivo a stuzzicargli i capezzoli, graffiandoli un po' con le dita sporche di sabbia.
Presto fu lui a voler prendere il sopravvento ed io decisi di alzare la posta, lasciando che mi sfilasse completamente il costume, anziché abbassarlo soltanto: volevo essere libero ed accendere la sua fantasia abbastanza da farli perdere l'imbarazzo e le incertezze. Fui ripagato perché mi si avventò sopra con decisione, prendendomi il cazzo in bocca e leccandomi le palle rasate da poco che, per l'acqua salata e quel trattamento vorace bruciavano un po'. Era un piacere sentire la sua lingua darsi tanto da fare e, di tanto in tanto, scambiare un'occhiata complice.
Come mi aspettavo, il più tenace dei nostri spettatori non si era ancora arreso: reclinando la testa, lo scorsi avvicinarsi furtivo da dietro di me. Non volevo che distraesse di nuovo il mio compagno: mi alzai e cambiai completamente posizione, facendo sì che rivolgesse le spalle al guardone e voltasse lo sguardo verso l'ombrellone. Perché non si rendesse conto di nulla, lo spinsi a terra e proseguii io il pompino: aveva un cazzo dritto e di tutto rispetto, sebbene non enorme, con cui era piacevole giocare.
Sapevamo entrambi che la prudenza sconsigliava di avventurarsi in performance più atletiche quindi presto si alzò, mi mise sulla schiena e iniziò a segarsi in ginocchio di fronte a me. Qualche metro dietro di lui, l'altro faceva lo stesso in piedi, e io trovai coerente accontentare entrambi imitandoli nella stessa pratica. Scosso da un orgasmo nervoso, mi venne presto sulla pancia e sull'inguine con un latte denso sul quale, in breve, depositai il mio, più liquido.
Il terzo, smise di segarsi anche lui, si risistemò il costume e andò via in buon ordine: credo potesse ritenersi soddisfatto.
Io avvertii d'un tratto la scomodità della mia posizione, il telo arrotolato sotto la schiena, la sabbia fra i capelli. Lui, smise di ansimare ma non scese a stendersi su di me, consapevole che ci saremmo impiastricciati a tal punto che, dirigendoci più tardi in acqua, sarebbe stato visibile a tutti ciò che comunque era già sufficientemente evidente a molti.
Sorridemmo nel sorprenderci attori in quella scenografia sgangherata, fatta di sabbia, sudore e sperma, slip arrotolati in fretta che faticavano ad essere indossati di nuovo e un telo che reclamava un giro in lavatrice. Eravamo tutti e due allegri di un piacere recente che rilasciava ancora le sue scosse.
Io mi sentii vicino a lui per qualcosa che esulava dall'esserci reciprocamente trastullati i cazzi: entrambi cresciuti – anche sessualmente – al mare, chissà quante volte avevamo già provato quel lampo di impotenza davanti alla confusione formale di un rapporto consumato velocemente in spiaggia.
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